La Basilica di Santa Sabina, sull'Aventino, è una delle più antiche e meglio conservate basiliche paleocristiane di Roma. La sua costruzione avvenne nel 425 circa, ad opera del prete Pietro di Illiria che la edificò sulla casa della matrona romana Sabina, divenuta in seguito santa e alla quale la chiesa fu intitolata. Nell’IX secolo la Chiesa venne inglobata nei bastioni imperiali e nel 1219 fu affidata da papa Onorio III a san Domenico e al suo ordine di frati predicatori, che da allora ne hanno fatto il loro quartier generale. La struttura fu sottoposta nel tempo a diversi interventi e rimaneggiamenti, l’ultimo dei quali tra il 1914 e il 1936, che hanno causato la distruzione e la dispersione di quasi tutti gli arredi e le decorazioni d’origine medievale. L'atrio che precede l'ingresso della chiesa è costellato di frammenti antichi e medievali provenienti dalla chiesa e dagli scavi successivi. In fondo a sinistra si apre il chiostro duecentesco, attualmente chiuso per restauro. Una piccola apertura circolare nel muro, protetta da un vetro, permette di vedere nel cortile dell'attiguo convento, l'albero d’arancio che, secondo la tradizione, venne piantato da San Domenico nel 1220. Si racconta che il Santo avesse portato con sé un pollone dalla Spagna, sua terra d’origine, e che questa specie di frutto sia stato il primo ad essere trapiantato in Italia. L’albero è considerato miracoloso perchè a distanza di secoli ha continuato a dare frutti attraverso altri alberi rinati sull'originale, una volta seccato. La particolarità più evidente della Basilica di Santa Sabina è che non ha una facciata, l'ingresso avviene da un'arcata laterale. Il portale centrale conserva ancora i battenti lignei originali del V sec. e le raffigurazioni in bassorilievo dello stesso periodo. Tra le 18 formelle rimaste delle 28 originali, che riproducono scene del Vecchio e Nuovo Testamento, si trova anche la più antica raffigurazione plastica conosciuta della crocifissione. L’interno, alterato dai profondi restauri del tardo Cinquecento e del primo Seicento, si presenta suddiviso in tre navate da ventiquattro colonne corinzie, che sorreggono archi anziché trabeazioni come avviene nelle tradizionali basiliche paleocristiane. Non rimane nulla della decorazione a mosaico che arricchiva l'abside alla quale sono stati sostituiti affreschi di Taddeo Zuccari. Pregevole il mosaico che si trova a terra, nella navata centrale, sulla pietra tombale di Muñoz de Zamora, generale dei Domenicani. Nel presbiterio è stata ricostruita, usando i frammenti originali, l'antica schola cantorum dai plutei ornati da racemi e dalla Croce. In fondo alla navata centrale si trova la colonna presso la quale san Domenico si raccoglieva in preghiera; sopra vi è posta una pietra di basalto nero, conosciuta come pietra del diavolo, quasi certamente un peso di un'antica bilancia romana. La leggenda vuole che il diavolo, mal tollerando l'intensa pietà con cui S. Domenico pregava sul sepolcro contenente le ossa di alcuni martiri, gli scagliò contro questa pietra, che invece di colpire il santo colpì la lapide che copriva il sepolcro: le spaccature, sia sulla lapide sia sulla pietra, sono ancora ben visibili. In realtà la lastra fu spezzata da Domenico Fontana nel 1586, durante i lavori di riadattamento della chiesa. Nella navata destra vi si apre la cappella di S. Giacinto, affrescata da Federico Zuccari. Nella navata sinistra si apre invece la cappella d’Elci, dedicata a S. Caterina da Siena che, riccamente decorata da marmi preziosi, custodisce la bella Madonna del Rosario, capolavoro del Sassoferrato (1643).